Intervista a cura di Claudia Aliperto
Per la prima volta, in modo insolito, il marmo è protagonista della nostra terza pagina insieme ai suoi artefici non come materia scolpita ma come soggetto pittorico. Blocchi in attesa, di partire o di essere trasformati, apparentemente gli uni uguali agli altri ma anche profondamente diversi, e paesaggi al monte o al piano, talvolta trasfigurati, ci accompagnano nella narrazione introspettiva di Riccardo Tognetti.
Veterano del lapideo, Tognetti è artista per diletto dopo aver lavorato per oltre trent’anni come Project Manager prima, e Stone Inspector poi, seguendo i più importanti progetti a livello internazionale, in particolare negli anni in cui si delineavano i contorni della Dubai che conosciamo oggi, con il suo aeroporto, la metropolitana e il Dubai Mall. Conosce pregi, difetti e potenzialità della pietra naturale solitamente impiegata nei rivestimenti di interni ed esterni. Il rapporto intimo con la materia ha dato la spinta per dare vigore alla sua passione per l’arte declinata a favore del marmo, regalando così al pubblico la sua ultima esposizione dal titolo “Silenzi”, che si è svolta tra aprile e maggio nella Sala del San Leone nel centro storico di Pietrasanta.
Il marmo è il protagonista di una narrazione caratterizzata da silenzi e solitudine, che lascia spazio al paesaggio di cave e laboratori. Perchè?
“Fin da ragazzo sono stato affascinato dalla tecnica pittorica dei macchiaioli che riprendo nei miei quadri. Per natura il macchiaiolo è un paesaggista, soprattutto locale, dunque i miei primi paesaggi sono state le marine, da Pietrasanta a Viareggio. A fine anni Novanta organizzai alcune mostre tra cui quella dal titolo ‘Pietrasanta e contorni’, una serie di vedute della città. Nel frattempo ero nel settore lapideo da anni e ho deciso di dar vita a quello che per me era il paesaggio, ovvero i blocchi di marmo, le cave e i laboratori. Ero perennemente in giro per il mondo, per seguire progetti da Singapore a Dubai fino agli USA, gli stessi fornitori erano dislocati in tutta l’Europa, l’Asia e l’India; così il tema ricorrente era sempre la materia prima”.
Cosa l’ha spinto a scegliere il materiale grezzo e non il prodotto finito come soggetto delle sue opere?
“Il blocco ha un passaggio se vogliamo derivato dal cubismo, mi spiego meglio è un parallelepipedo che fa massa; dunque al centro dei dipinti ho scelto di porre anziché la natura morta il blocco di marmo, così come la cava e il deposito. Inoltre, il prodotto finito si può ripetere come si vuole, mentre per conferire forma espressiva era necessario utilizzare il prodotto grezzo, naturale e anche lo scarto di quel prodotto che in un certo senso può trovare nuova vita”.
Alcuni dei suoi quadri presentano cieli blu e rosso a contrasto con il colore bianco del marmo, perchè?
“Quella dei colori di sfondo non è una scelta arbitraria, in questo aspetto mi lascio molto guidare dalle emozioni del momento in cui dipingo. In particolare, il rosso è un colore ambivalente: richiama in parte la pesantezza del lavoro in cava, ma è anche un colore che mi ha permesso di esprimermi in un periodo personale sovraccarico di emozioni”.
Quanto tempo ha lavorato per esporre i suoi dipinti al pubblico?
“Alcuni quadri risalgono agli anni 2000, poi ho avuto un lungo periodo di silenzio che si è interrotto con lo scoppio della pandemia da Covid-19. Il lockdown mi ha imposto ritmi più lenti e offerto il tempo necessario per poter creare nuove opere con una profondità maggiore rispetto al passato. Ho cercato di dare vita ai blocchi di marmo, restituendo un’immagine nuova al pubblico. Così come negli ultimi lavori ho scelto gli scarti di lavorazione che altrimenti andrebbero persi e invece hanno una loro vita. Nulla è perso e tutto resta nella memoria collettiva”.
Quali le differenze tra le opere di vent’anni fa e quelle più recenti?
“I colori e la costruzione del quadro di vent’anni fa sono gli stessi. Ho vissuto un periodo di fermo perchè mi ero reso conto che non sapevo andare oltre tutto questo. Sono ripartito dal paesaggio, dalle marine, per riacquistare la profondità, gli azzurri e gli spazi ampi”.
Pensa che l’arte, non solo la scultura ma anche la pittura, possa migliorare la percezione dell’opinione pubblica del settore lapideo?
“Personalmente ho ricevuto numerosi apprezzamenti per la mostra, tra le poche dedicate alla pietra naturale e forse unica per l’interpretazione e il racconto introspettivo che propongo, ma al tempo stesso universale per la semplicità delle immagini. Inoltre, molti sono rimasti contenti perchè finalmente il marmo è stato valorizzato.
Ciò che si fatica a far comprendere all’opinione pubblica è che noi artigiani del marmo facciamo arte: anche le lastre vendute per rivestimenti interni vanno ad arricchire ed abbellire ambienti che viviamo come la propria abitazione e, in quanto artigianato specializzato, sono una forma di arte. Troppo spesso ci dimentichiamo di passaggi epocali del nostro settore che hanno scritto la storia. Voglio solo ricordare il passaggio dal filo elicoidale al filo diamantato, che per noi è come fosse stato l’invenzione del motore a scoppio o della ruota, e l’introduzione dei prodotti alleggeriti da cui poi si è arrivati alla ceramica e grazie ai quali si è potuto ampliare il mercato, ad esempio, ai rivestimenti della nautica. Nell’artigianato del lapideo c’è molta creatività e saper fare italiano che dovremmo valorizzare maggiormente visto il livello qualitativo garantito dalle nostre aziende che, posso assicurare, è nettamente superiore rispetto ai nostri competitors esteri”.
Riccardo Tognetti è nato a Pietrasanta (LU) il 15 maggio 1958. Pittore autodidatta, inizia a dipingere in giovane età con la pittura ad olio, passando poi all’acrilico tutt’oggi usato. I marmi e i blocchi sono i soggetti preferiti da sempre. Fantastico ricercatore, ama talvolta scomporre e variare la natura del soggetto prescelto, fino ad esasperarne il contenuto. Vive e lavora a Marina di Pietrasanta.








